Nel pensiero di Umberto Galimberti, l’amore viene spesso frainteso e ridotto a una forma di possesso. Espressioni come “mio” o “mia” rivelano un’illusione: l’altro non ci appartiene, resta un individuo distinto, da riconoscere nella sua autonomia. Solo partendo da questa consapevolezza, anche il legame più profondo può esistere davvero. L’identità di ciascuno, infatti, prende forma anche attraverso lo sguardo dell’altro, in un equilibrio fragile tra individualità e relazione.
Questa visione apre una riflessione più ampia sulla società contemporanea, dove si denuncia spesso egoismo e narcisismo, senza interrogarsi sulle radici culturali che hanno posto l’individuo al centro, indebolendo il senso di comunità. Eppure, alla base dell’esistenza resta una verità essenziale: l’amore è una condizione vitale. Come sottolineava Sigmund Freud, la vita trova il suo equilibrio quando siamo amati. Senza questo legame, si smarrisce una parte fondamentale del nostro essere.
Oggi, però, l’amore sembra perdere la sua dimensione più autentica: quella della gratuità. In una realtà dominata dall’interesse e dall’utilità, il dono disinteressato appare fuori luogo, quasi ingenuo. Si tende a vivere i sentimenti come qualcosa di momentaneo, legato alla passione del momento, mentre prende piede un’idea distorta di libertà, intesa come possibilità di revocare ogni scelta, piuttosto che come responsabilità nel mantenerla.
Da qui nasce una provocazione: forse il vero problema non è rendere più semplici le separazioni, ma restituire valore e profondità all’impegno. Perché amare significa costruire, giorno dopo giorno, come si farebbe con un’opera d’arte: osservare, scoprire e custodire l’altro nella sua continua trasformazione, con curiosità e dedizione.


